Media e comunicazione: un discorso sulla responsabilità

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Media e comunicazione: un discorso sulla responsabilità

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Indice

Oggetti vintage legati alla comunicazione (vhs, telefono fisso, macchina fotografica, radio)
Foto di Julius Drost (Unsplash)

Che la comunicazione abbia degli effetti molto concreti sul mondo, è ogni giorno più evidente. Effetti positivi, se buona comunicazione, o negativi se cattiva comunicazione. 

Comunicare non è solo importante, ma anche necessario, inevitabile, e difficile. 

Necessario perché dalla nostra comunicazione passa letteralmente tutto ciò che il mondo sa e pensa di noi.

Inevitabile perché anche scegliere di non comunicare significa comunicare qualcosa. 

Difficile perché non è scontato rendersi conto di tutte le ripercussioni di ogni nostra azione comunicativa. 

Dire le cose in un modo o in un altro non è la stessa cosa

In quanto esseri umani, comunichiamo dalla mattina alla sera. Per questo spesso lo facciamo con leggerezza. Per questo anche chi rappresenta istituzioni di indiscussa autorevolezza (vedi Aifa, per fare un esempio) e autorità, spesso sottovaluta il peso di ciò che comunica, e del modo in cui lo fa. 

Tutto ciò assume maggiore concretezza in contesti decisamente più piccoli. Un grande ed eclatante incidente comunicativo può sicuramente avere conseguenze nefaste; ma è il linguaggio che assorbiamo ogni giorno dai media a formare la nostra idea di mondo di società e delle sue dinamiche. Questo vale anche e soprattutto quando si utilizza un linguaggio che reitera stereotipi e discriminazioni. Quella che segue è una lista non esauriente di amenità che si possono incontrare ogni giorno nei media italiani.

Sessismo

Raccontare gli episodi di violenza su una donna mettendo in risalto le presunte colpe della donna in questione significa affermare che esiste un rapporto di causa-effetto tra le azioni di una donna e la violenza di un uomo. Le persone che assorbono questo tipo di narrazione continueranno a pensare a cosa ha fatto la donna per “andarsela a cercare”, invece di pensare al fatto che viviamo in una società che crea uomini violenti. Queste stesse persone, però, non si chiederanno mai se chi ha subito un furto in casa abbia delle colpe per non aver chiuso la porta a doppia mandata. 

Forse ci avete già fatto caso, ma quando una notizia riguarda un uomo, anche non famoso, questo viene chiamato con nome cognome professione: il ricercatore, lo scienziato, il politico. Mentre una donna molto spesso viene chiamata solo per nome, o ci si riferisce a lei come una donna. Ursula, Kamala e le altre in carriera: donne alla ricerca dell’autorevolezza; Presidente e premier: in Estonia la svolta delle donne al potere; Grammy, è l’anno delle donne; Maria, regina dei numeri. Ma Kamala e Ursula chi? “Le donne” chi? Ogni volta che questo accade si rafforza l’idea che una donna che fa qualsiasi cosa sia un fatto eccezionale, perché evade l’ambito che le compete, ovvero quella sfera intima e familiare e che allo stesso tempo fa sentire in diritto di chiamare le donne per nome, infantilizzandone l’immagine come figure pubbliche. 

Transfobia

Chiamare un attore transgender con un nome che non è più il suo, per semplice comodità, significa affermare che l’autodeterminazione delle persone non sia importante, e che in fondo decidiamo noi come chiamarle. E poi magari le chiamiamo con i pronomi sbagliati, perché in fondo quello che conta è la nostra percezione della loro immagine esteriore, o quello che noi pensiamo di sapere su di loro

Leggi anche: Persone transgender, 6 consigli per parlarne (bene)

Patologizzazione dell’autismo

Parlare di autismo come un qualcosa di cui si soffre, invece che, molto più semplicemente, come un modo diverso della mente di funzionare, significa rinforzare nelle persone l’idea che si tratti di una malattia, con tutto quello che ciò comporta. Come ad esempio la credenza che si possa curare, e che sia una condizione spiacevole, una maledizione che capita. 

Leggi anche: Come parlare di autismo (e come non parlarne)

Abilismo

Invitare un uomo disabile al Festival di Sanremo, peraltro uno sportivo di un certo livello, e trattarlo come se fosse un bambino che sogna di fare due passaggi a pallone con il suo idolo, significa demolire l’idea che una persona disabile possa essere trattata con la stessa considerazione e rispetto di qualsiasi altra persona. E non lo diciamo noi.

Una visione del mondo

Alcune di queste brutte abitudini dei media sono figlie di una narrazione che è diffusa nella società al di là dei media. Altre si sono consolidate direttamente nel linguaggio della stampa. Ma in ogni caso il modo in cui si comunica conta, non fa lo stesso dire le cose in un modo o in un altro. Per questo chi comunica, e quindi fondamentalmente chiunque, ha delle precise responsabilità sugli effetti di quella comunicazione sulle persone. Tanto più grandi quanto più grande è il numero di persone che raggiunge. 

E questo vale sia, come sentiamo spesso, per il contenuto della comunicazione, pensiamo ad esempio a chi diffonde notizie false e tendenziose; ma anche per la visione di mondo che il nostro modo di comunicare rende implicita, e che si diffonderà a macchia d’olio.

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