Come parlare di autismo (e come non parlarne)

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Come parlare di autismo (e come non parlarne)

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Indice

Persona autistica con uno stimming toy in mano
Foto di Chona Kasinger da Disabled and Here

L’attenzione pubblica verso l’autismo è incostante durante il corso dell’anno: picchi sporadici verso l’alto si alternano al generale nulla che lo domina. Solitamente l’interesse mediatico si risveglia intorno i primi di aprile, quando ricorre la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. Narrazioni drammatiche riempiono i media. Raccontano di persone “affette da autismo” e di famiglie colpite da un’inspiegabile “condanna”.  La nostra intenzione non è certo quella di sminuire le reali difficoltà di alcunə bambinə, giovani e familiari. Vogliamo proporti però qualche consiglio per parlare dell’autismo in modo più neutro e meno drammatico.

Ascolta le persone autistiche

Nonostante siano molte le persone autistiche che utilizzano la comunicazione verbale, quando si racconta l’autismo, difficilmente le vediamo coinvolte. Ed è proprio quello che ci colpisce di più: le persone autistiche sembrano venire escluse a priori dalla conversazione, anche quando si parla di loro. Perché si dà per scontato che non possano intervenire?
Negli ultimi anni sono molte le voci di persone autistiche che si sono sollevate. Ne è nato un movimento che sui social prende il nome di Actually Autistic. Perché? L’hashtag #autistic era diventato un canale di visibilità per chi voleva parlare di autismo per terze persone. Actually Autistic è stata la risposta: ascolta me, sono autisticə. Un buon punto di partenza per capire come parlare di autismo potrebbe essere quindi dare un’occhiata a cosa raccontano le persone direttamente coinvolte, seguendo l’hashtag #ActuallyAutistic.

Qualche consiglio per raccontare l’autismo

Vediamo quindi alcuni punti fondamentali che riguardano il modo in cui parliamo di autismo e di persone autistiche.

Persone autistiche, non con autismo.

Di’ “persone autistiche”, non dire “con autismo”. L’autismo non è qualcosa che si ha. Ma austicə è qualcosa che si è. Difficilmente sentirai una persona autistica dire di avere l’autismo e, in generale, non è una formula apprezzata. Se ti suona male dire che una persona è autistica, potrebbe essere il caso di ripensare a qual è l’idea che hai dell’autismo e ai significati negativi che attribuisci alla parola. E’ sempre una buona occasione per decostruire i propri pregiudizi. D’altronde sentiamo spesso l’aggettivo autisticə utilizzato in modo derisorio (ma ne parliamo tra poco).

L’autismo non è una malattia.

Questo punto è strettamente collegato con il precedente. Il motivo per cui non si ha l’autismo è perché non è una malattia. Allo stesso modo, non si “soffre di autismo” e le persone non sono “affette” da autismo. Evita assolutamente queste espressioni. Che cos’è quindi l’autismo? L’autismo è un funzionamento della mente. Un neurotipo che riguarda persone diverse tra loro, che “funzionano” in modo diverso (non meglio o peggio, sia chiaro). 

Interessi speciali.

Spesso, quando si parla di autismo, si fa riferimento alle “fissazioni”. Non è questo il modo in cui le passioni preponderanti nella vita delle persone autistiche vengono chiamate da loro stesse. La parola fissazioni ha una chiara connotazione negativa e un po’ patologizzante (tipo che dovresti pensare a altro, ma eccoti qua di nuovo con le tue fissazioni). Parla piuttosto di interessi speciali o interessi assorbenti. Sembra una differenza da poco, eppure trasmettono tutta un’altra idea. Molte persone autistiche provano interessi anche molto forti verso alcuni argomenti. Questo le porta spesso ad approndirli, sviscerarli, conoscere tutto (o quasi) al riguardo e a voler condividere quanto appreso con le persone care. Suona diversamente detta così, vero?

Non ci sono diversi gradi di autismo.

L’autismo non è lieve o grave. Semplicemente le persone autistiche lo sono in modi diversi. Si parla di spettro autistico, infatti. Ma non si intende una linea orizzontale da meno a più autisticə. Immagina uno spettro di colori e sfumature: ognuna rappresenta il modo unico in cui una persona può essere autistica. È vero, però, che esistono delle comorbilità (come può essere una disabilità cognitiva) che possono far variare la necessità di supporto quotidiano di una persona autistica. Cosa che non toglie, però, che anche le persone dette “autistiche lievi” o “ad alto funzionamento” possano avere bisogno di supporto, più di quanto non risulti all’osservazione.

Non chiamare autisticə chi non lo è.

Né in modo ironico, né come insulto, solo perché reputi peculiare un qualche comportamento. Avremo fiducia in te e non ti spiegheremo perché non dovresti utilizzarlo come insulto, o per ridere. Ok?

Evita le narrazioni all’estremo

Vediamo molte volte come la narrazione dell’autismo vada agli estremi. Non raccontare l’autismo come il fardello delle famiglie, che rende la vita impossibile; ma neanche come un superpotere che rende geniali. Questa narrazione porta a misurare il valore di una persona autistica in base a quanto siano spendibili le sue doti nel mondo del lavoro, penalizzando chi ha attitudini meno “conformi”. Ma la dignità di una persona non dovrebbe dipendere dal suo valore di mercato.

Interpella le persone autistiche

Le persone autistiche non sono oggetti di cui discutere dando per scontato che non possano essere interpellate, o che non si rendano conto di come si parla di loro. Soprattutto in occasioni come il 2 aprile (Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo) fioccano video, articoli, interviste a familiari o a espertə. Si parla di persone autistiche come se non potessero neanche ascoltare. Non è vero, lo fanno. Prediligi quindi le voci autistiche, quando vuoi parlare di autismo: nessunə può parlarne meglio di loro.

Non infantilizzare

Per gli stessi motivi, non infantilizzare le persone autistiche. Non trattarle come se fossero bambinə anche da adultə, né per elogiarne le qualità morali, né per pietismo. Quando è possibile, lascia parlare loro, e non chi pensi debba parlare per loro.

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