Chiara di profilo in uno spazio aperto

Sordità e social accessibili: intervista a Chiara Pennetta

Indice

Ti sei mai chiestə come rendere i tuoi social media più accessibili per le persone sorde e ipoacusiche?

Diciamo spesso che le uniche persone che posso dirci cosa sia poco inclusivo per un gruppo di persone, sono quelle che ne fanno parte. Per questo abbiamo deciso di realizzare una serie di interviste per parlare con chi vive in prima persona diverse situazioni, legate all’inclusività nella comunicazione e all’accessibilità digitale, di cui ci occupiamo, ma di cui non sempre abbiamo esperienza diretta. Quando ce ne occupiamo, naturalmente, lo facciamo con cognizione di causa, ma crediamo che “passare il microfono” dia un valore aggiunto non indifferente alla discussione.

Oggi parliamo di accessibilità digitale con Chiara Pennetta (@the.undeaf), che ci racconta la sua esperienza come persona ipoacusica in un mondo sempre più digitale, e ci offre diversi spunti per rendere i nostri prodotti più accessibili rispetto ai contenuti audio, per le persone sorde. In fondo all’articolo trovi l’intervista in formato video, per ascoltare le parole di Chiara.

Raccontaci di te

CIao Chiara. Raccontaci un po’ di te e del tuo progetto di divulgazione online

Mi chiamo Chiara, ho 27 anni sono laureata in Lettere classiche e specializzata nella didattica dell’italiano come lingua straniera. Sono sorda da quando avevo un anno e mezzo e ho sempre portato una sola protesi acustica all’orecchio destro. Adesso invece, da quasi due anni, ho due impianti cocleari. Su Instagram gestisco @the.undeaf, una pagina in cui parlo della mia esperienza come persona ipoacusica e cerco di combattere i pregiudizi e la disinformazione sulla sordità.

Come si parla di sordità

Come è corretto parlare di sordità? Quali sono i termini giusti da utilizzare e quali proprio no?

Il termine più corretto da usare è anche il più semplice: persona sorda. “Sordomuto” non si dice perché le persone sorde non hanno alcun problema all’apparato fono-articolatorio, e possono imparare a parlare grazie agli apparecchi acustici e alla logopedia. Se una persona sorda sceglie di non parlare e di usare soltanto la lingua dei segni può farlo, e non è comunque muta. I termini “audioprivo” e “audioleso”, invece, sono da evitare perché sottolineano una mancanza, una privazione, e usano quindi un linguaggio negativo. Allo stesso modo il termine “non udente” che a lungo è stato considerato più politically correct, è da evitare perché sottolinea un qualcosa che non si ha, che non si è. Il termine quindi più giusto da usare e sempre “persona sorda” o “ipoacusica”. Questi due termini possono essere utilizzati come sinonimi, oppure “ipoacusico” si può riferire a una persona che ha una perdita uditiva lieve o che ha recuperato l’udito grazie all’uso di apparecchi acustici.

Social più accessibili

Secondo la tua percezione e la tua esperienza, come potrebbero migliorare i principali social network in termini di accessibilità? E che responsabilità ha, invece, chi crea contenuti?

Per quanto riguarda l’accessibilità rispetto a chi non sente o non sente bene, i social network dovrebbero soprattutto permettere di registrare video e fare dirette con i sottotitoli automatici (e/o modificabili a posteriori) senza dover ricorrere ad app esterne. Tutto quello che possono fare i social è dare la possibilità di rendersi accessibili. La responsabilità di concretizzare questa possibilità è però in mano alle persone che creano contenuti. Quello che possono fare quindi è sottotitolare i contenuti audio e video, e ricorrere alla lingua dei segni se la conoscono o se possono accedere a un servizio di interpretariato. Inoltre possono semplificare i loro contenuti scritti per permettere anche a chi non ha un’elevata competenza linguistica di comprenderli.

Impianto cocleare e social media

L’impianto cocleare come facilita la fruizione dei social media, nella tua esperienza?

L’impianto cocleare ha migliorato tantissimo il mio udito, infatti riesco quasi sempre a fare a meno del labiale e dei sottotitoli. Per esempio ho potuto finalmente accedere al mondo dei podcast, che prima dell’impianto non riuscivo assolutamente a comprendere. Invece adesso ascolto messaggi vocali, riesco a capire quasi sempre i video senza sottotitoli, partecipo a webinar e videochiamate. Però l’audio deve essere di ottima qualità e non ci dev’essere rumore di sottofondo.

Clubhouse e accessibilità di un social tutto audio

Cosa ne pensi di Clubhouse, considerando i suoi limiti di accessibilità?
Ha senso, nel 2021, costruire un nuovo social network che esclude una parte di persone che non possono accedervi?

No non ha senso. Ormai dovrebbe essere consolidato il modello bio-psico-sociale della disabilità, che è quello che ci dice che la disabilità è data dall’interazione tra la persona e l’ambiente. Ed è proprio l’ambiente a creare la maggior parte degli ostacoli e delle barriere per le persone con disabilità. Quindi un’app come Clubhouse, che lascia deliberatamente fuori dalla porta chi non sente o non sente bene, è abilista e discriminatoria perché offre solo contenuti audio senza la possibilità di avere sottotitoli o trascrizione. Inoltre secondo me va proprio contro il concetto stesso di social network, che è appunto una rete che dovrebbe mettere in collegamento le persone senza distinzioni e senza discriminazioni.

Videochiamate accessibili

Nell’ultimo anno, per ovvi motivi, è aumentato moltissimo l’utilizzo delle videochiamate come mezzo di comunicazione, e dei webinar come strumento di formazione.
Alcune piattaforme mettono a disposizione i sottotitoli automatici live, altre no. In generale, come hai vissuto questo cambiamento “forzato”?

Com’è stata (e come è ancora) la tua esperienza con questi strumenti, e come pensi potrebbero essere ancora più accessibili? 

Per fortuna questo cambiamento è avvenuto quando avevo già l’impianto cocleare. Se avessi dovuto studiare o lavorare online con webinar e videoconferenze come sto facendo adesso con una sola protesi, non sarei riuscita, avrei avuto bisogno di aiuto. Invece adesso capisco tutto quasi sempre e uso delle cuffie o un microfono apposito collegato direttamente con i miei impianti cocleari. Quello che potrebbero fare queste piattaforme, però, è rendersi accessibili con dei sottotitoli live anche in italiano. Invece le singole persone che organizzano videoconferenze e webinar possono creare delle slide chiare e complete che accompagnino quello che viene detto con la voce; e ovviamente devono parlare più chiaramente possibile e assicurarsi di essere ben visibili in volto, per esempio non mettendosi controluce. Ancora una volta, le piattaforme possono solo dare la possibilità di rendersi accessibili, ma spetta alle singole persone concretizzare questa possibilità. E siccome non è una cosa né faticosa, né particolarmente difficile o lunga, non c’è davvero nessuna scusa per non farla.

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