Sullo schwa e l’italiano inclusivo: una risposta all’Accademia della Crusca

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Sullo schwa e l’italiano inclusivo: una risposta all’Accademia della Crusca

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Indice

a sinistra un laptop, a destra una macchina da scrivere

Un parere come un altro. Utile, a nostro modo di vedere, soltanto a nascondere sotto il tappeto un problema che esiste.

L’accademico della crusca Paolo D’Achille ha pubblicato una disanima molto estesa sulle soluzioni per superare il binarismo di genere dell’italiano.

Di seguito l’intervento di D’Achille.

Cosa dice la Crusca

D’Achille fa molti ragionamenti, lucidi e precisi, che lo portano a riconoscere i problemi dell’italiano, anche rispetto alle persone non binarie, ma a concludere che sia meglio utilizzare il maschile sovraesteso interpretandolo come neutro e affrancandolo dalla sua connotazione, appunto, maschile. Che lo stesso D’Achille spiega come sia stata storicamente interpretata “non ingiustificatamente” come una prevaricazione delle persone di genere maschile.

L’intervento è stato molto ripreso dai giornali. Ecco, sappiamo che le dinamiche giornalistiche fanno sì che si cerchi di fomentare il dibattito (e la polemica) su temi divisivi, ma proprio per i motivi che abbiamo appena detto, non dovremmo considerare il parere dell’Accademia della crusca come se fosse una sentenza sull’uso della lingua.

Una lingua dal basso

Partiamo subito dai motivi per cui non siamo d’accordo. Certamente a livello comunicativo è “meglio” il maschile plurale, perché la lingua la fa chi la parla, e la maggior parte delle persone usa il maschile plurale per riferirsi a una moltitudine indistinta. Ma proprio perché la lingua viene dal basso, e non è “imposta” (come giustamente peraltro fanno sempre presente gli oppositori del linguaggio inclusivo, che si immaginano ci sia un qualche complotto mondiale di feticisti dello schwa), se una soluzione nuova prende piede è proprio perché ci sono persone che ne sentono il bisogno. Come diciamo sempre, la lingua è uno strumento per le nostre esigenze comunicative, non il confine.

Bello lo schwa, ma non ci vivrei

D’Achille parla di molti dei problemi che riguardano lo schwa (e l’asterisco). Su molti di questi ci troviamo d’accordo, ne abbiamo parlato spesso. Soprattutto quando c’è in gioco la comprensibilità, e quindi l’accessibilità, dei testi. All’accessibilità dello schwa abbiamo dedicato un post su Instagram. Lo stesso accademico suggerisce come in molti casi, ad esempio, i pronomi di terza persona plurale possano essere omessi, evitando la dolorosa scelta tra un maschile o un femminile in cui una persona non binaria potrebbe non riconoscersi. L’abbiamo sempre detto: se c’è la possibilità di omettere una desinenza, un pronome, senza utilizzare soluzioni “extra”, va assolutamente perseguita. Per approfondire il discorso sulle soluzioni migliori per neutralizzare il linguaggio, vi consigliamo quest’altro post.

Un ultimo appunto piccato, però, concedetecelo. Tra i fattori che renderebbero difficile l’utilizzo dello schwa, secondo D’Achille, c’è la presunta difficoltà nello scriverlo in corsivo. Sono seriamente queste le difficoltà che rendono impraticabile l’evoluzione di una lingua? Dai, su.

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