Intersex Awareness Day: intervista a Nick

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Intersex Awareness Day: intervista a Nick

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Indice

2 Bandiere intersex (sfondo giallo con cerchio viola al centro)

Il 26 ottobre è la giornata mondiale della consapevolezza Intersex. Abbiamo fatto qualche domanda a Nick, persona intersex e trans di cui manterremo l’anonimato. Vi lasciamo alle sue parole.

Facciamo subito un po’ di chiarezza: cos’è l’intersessualità?

Per cominciare: l’intersessualità rappresenta quella condizione fisiologica in cui un individuo è difficilmente riconducibile ad uno dei due sessi solitamente assegnati alla nascita (maschile e femminile), per caratteristiche fenotipiche (riconducibili all’aspetto fisico visibile), ormonali o cromosomiche. Ne esistono di varie tipologie e diversi studi stimano che sia intersessuale circa l’1,7% della popolazione mondiale. Io ad esempio ho la variazione AIS (Androgen Insensitivity Syndrome) che impedisce al mio corpo di produrre determinati livelli di testosterone. Personalmente, mi trovo abbastanza a mio agio sia con il termine “intersex” sia con quello di “intersessuale”: li trovo tutto sommato intercambiabili, ma chiaramente non posso parlare per tutta la comunità intersex, ed al momento non sono a conoscenza di disquisizioni in corso sulla scelta di quale sia il termine più appropriato per descrivere questa condizione.

Cosa invece non è?

Mi verrebbe sicuramente da affermare che non si tratta di una malattia, come invece molte persone credono. In ambito medico spesso vengono definite “sindromi”, ma io (a livello sicuramente personale, ma con me molte altre persone che stanno iniziando a parlarne) faccio fatica a chiamare sindrome qualcosa che semplicemente descrive il funzionamento del mio corpo. La realtà dei fatti è che nella maggior parte dei casi le “sindromi” sono invece le conseguenze fisiche e psicologiche degli interventi di normalizzazione sessuale attuati per ricondurre il corpo dell’individuo ad uno dei due sessi pensati come naturali.
Spesso inoltre vi è una confusione tra il termine “ermafroditismo” ed “intersessualità”, come se indicassero la stessa condizione. Invece nel primo caso si tratta della presenza contemporanea di tessuto ovarico e testicolare nella stessa gonade, mentre l’intersessualità riguarda la casisitica più ampia, che quindi può anche contenere al suo interno diverse tipologie di ermaforoditismo.

Faccio fatica a chiamare sindrome qualcosa che semplicemente descrive il funzionamento del mio corpo.

Illustrazione semplificata di una porzione di corpo (pancia e bacino)

Senti di avere una comunità intersex di supporto e di riferimento?

Non ho mai conosciuto direttamente, purtroppo, comunità intersex radicate sul territorio, e non mi pare che ve ne siano, o per lo meno non godono di una risonanza così ampia. Conosco però i progetti online di Intersexioni ed IntersexEsiste, che parlano di istanze intersex in generale, e dell’associazione AISIA (Associazione Italiana Sindrome Insensibilità agli Androgeni), che tratta specificamente della mia variazione. Su questi siti si trovano sia contatti di volontariə ed espertə per eventuali necessità di supporto, sia link utili per trovare e condividere informazioni.

Come si ripercuote il binarismo di genere nella vita di una persona intersex?

Il binarismo di genere è una struttura normativa con cui tutte le persone sono portate a confrontarsi e a scontrarsi, in maniera diversa rispetto all’identità e alla propria storia sociale e medica. Per le persone intersex, questo concetto che pare così impalpabile si palesa già dalla culla: alla nascita (e al giorno d’oggi anche nei mesi precedenti, ma nel ’94 quando nacqui io non penso fosse possibile) i medici rinvengono delle “anomalie” nello sviluppo dei caratteri sessuali dell’infante, e in molti casi si tratta della presenza di genitali non conformi alle aspettative.

Solitamente, si effettuano operazioni chirurgiche per ricostruire un pene o una vagina “funzionanti”, e in molti casi viene prescritta nel tempo (durante l’infanzia o l’adolescenza) una terapia ormonale nel caso il corpo non seguisse la via prescelta a partire dalla prima operazione. Tutto questo avviene all’interno di quella stessa società occidentale le cui istituzioni mediche e governative rendono estenuante, psicologicamente ed economicamente, ad una persona transessuale o transgender, ricorrere alle stesse pratiche, nonostante in questi casi si tratti per la maggior parte di persone adulte che decidono autonomamente cos’è meglio per sé e per il proprio corpo.

È evidente qual è il problema di fondo: le persone trans ed intersex, con i loro corpi ed identità non conformi, minano alla base quella che è la credenza più radicata nella nostra cultura: il fatto che ad una tipologia di corpo sia connessa una specifica identità e dei ruoli ben definiti. Le storie intersex e trans sembrano diverse, eppure le loro esistenze ed i loro corpi sono controllati con gli stessi mezzi e attraverso la stessa prospettiva.

Foto di una bandiera intersex e di una bandiera trans

E nella tua vita? Qual è la tua esperienza?

Io faccio parte di quella categoria di persone intersex che ha scoperto più tardi, durante l’adolescenza, di non far parte binariamente di un sesso. Aspettavo l’arrivo del menarca, che non si è mai presentato, e qualche esame genetico oltre a diverse ecografie hanno evidenziato la presenza di cromosmi XY e di testicoli ritenuti a livello addominale, tutto questo nonostante avessi un corpo letto costantemente come femminile dalle società che mi circondava.

Mi hanno operato di gonadectomia a 17 anni, pochi mesi prima di diventare maggiorenne. Ero giovane, non sapevo bene quello che volevo e mi identificavo come una ragazza: per me e per i miei genitori, presi in contropiede dalla notizia, quella di rimuovere quei “suppellettili” fu l’idea più ovvia. Secondo il ginecologo, su cui riponevamo estrema fiducia, era anche l’unica strada possibile: tenere le gonadi avrebbe significato rischiare, nel tempo, un tumore. Il problema è che mi hanno rimosso un organo in parte funzionante, che per quanto non totalmente sviluppato, mi dava un minimo apporto ormonale.

Se tornassi indietro non so cosa farei, ancora adesso: forse non mi opererei, ma non posso saperlo con certezza. Quello che so è che mi sarebbe piaciuto avere più tempo e più opzioni a mia disposizione, e solo con l’autoformazione e l’ascolto di altrui esperienze ho capito che una persona nella mia situazione le avrebbe dovute avere. Avrei desiderato più tempo per decidere se operarmi e per capire se fossi pronto a sostenere una terapia ormonale sostitutiva di estrogeni per il resto della mia vita; più opzioni perché non mi è stato chiesto se fossi minimamente interessato a prendere invece il testosterone.

L’unica domanda che mi è stata fatta dal mio ginecologo a tal proposito è stata: “Ma tu ti senti uomo o donna?”. Questo è stato chiesto ad una persona che non aveva mai pensato al suo genere prima di allora, ed è stato un lasciapassare per un’operazione che ne ha modificato le necessità fisiologiche per il resto dei suoi giorni. Mi è stato prescritto un supporto psicologico, non per aiutarmi a decidere sul da farsi, ma per darmi una mano ad accettare i risultati dell’operazione e in generale la mia condizione (due situazioni presentate costantemente dal personale medico come collegate in maniera necessaria, cosa che invece non dovrebbe essere).

Quello che so è che mi sarebbe piaciuto avere più tempo e più opzioni a mia disposizione.

Illustrazione di una persona che riflette su quale direzione prendere

Qual è il tuo rapporto, a livello identitario, con i concetti di sesso e genere?

Ho già accennato qualcosa riguardo al periodo precedente alla scoperta della mia intersessualità, ossia che mi identificavo come una ragazza. Diciamo che non avevo mai messo in discussione il mio genere, e inizialmente nemmeno la scoperta del fatto che la mia biologia era un po’ diversa dalla norma me ne ha fatto dubitare.

A dirla tutta al tempo non avevo una buona conoscenza della storia e della teoria femminista, e mi era quasi sconosciuta la questione relativa al rapporto tra sesso e genere e alla loro distinzione. Inoltre, la conoscenza che avevo della realtà trans (oltre che intersex) era minima, caratterizzata soprattutto da stereotipi. Tutti i dottori che mi avevano seguito ci tenevano parecchio a sottolineare che io fossi assolutamente una donna, che c’erano molte altre donne come me e che questa particolarità non inficiava in alcun modo la mia possibilità di vivere una vita “normale”, a parte per il fatto di non poter concepire. Tutto bello questo discorso, che sembra un bel “vaffanculo alla natura”, quando però quella che dovrebbe essere la tua identità in qualche modo è già stata decisa, e che quasi nessuno, se non per un breve momento, si è azzardato a chiederti.

Uno dei dottori dell’équipe che mi operò ci tenne a riferirmi che non dovevo necessariamente parlare di questa mia esperienza (alias intersessualità e operazione di gonadectomia), se non con “l’uomo della mia vita”. Di base io ero una ragazza eterosessuale: d’altronde, avevo mai proferito affermazioni contrarie? Per me è molto importante ricordare questo momento della mia vita, perché a livello narrativo lo ripenso come un lampo che mi è passato davanti, senza la sensazione che io potessi fare qualcosa, diciamo che ero totalmente in balia degli eventi.

Direi che il concetto di “sesso” per me non ha mai avuto una risonanza netta, l’ho sempre trovato una realtà da accettare, sia quando pensavo di essere una “semplice” ragazza sia quando ho scoperto di essere intersex.

Prima della scoperta dell’intersessualità, il sesso era per me una lettera segnata sulla mia carta d’identità, e direzionava il mio modo di vivere senza che io ne avessi piena coscienza. Dopo la rivelazione, è diventato un semplice fatto bruto che ho avuto sicuramente problemi ad accettare, ma che non mi ha mai posto seriamente in una posizione di inchiesta ulteriore rispetto alla mia soggettività.

Quando hai iniziato a mettere in discussione il genere e il sesso assegnati?

Ho iniziato a pormi domande sulla mia identità, in relazione al genere, solo a 21 anni, a partire da un dialogo avuto con mia mamma. È all’improvviso che ho avuto questa consapevolezza che il mio corpo, così com’era, potesse non rappresentarmi. All’inizio non ho nemmeno pensato alla possibilità che io fossi un ragazzo, ho semplicemente realizzato che ciò che vedevo allo specchio non ero io. Da quel momento ho iniziato ad informarmi molto sulla realtà trans, e da meno di due anni ho realmente preso in mano la situazione cercando supporto in una comunità di ragazzi e ragazze che condividono questa mia esperienza.

Il rapporto tra sesso e genere è complicato: spesso come persone transfemministe cerchiamo, giustamente, di ridurre l’importanza del sesso nella definizione dell’individuo, concentrandoci sul genere. In quanto identità, il genere è importantissimo per noi persone trans, ma non dobbiamo dimenticare che il genere è prima di tutto una struttura normativa. Il nostro destino, a partire dalla nascita, è scritto in base ai genitali che abbiamo. Ma questi genitali che abbiamo non sono mai visti come materiale meramente biologico, sono sempre inscritti in un processo di significazione già avviato dal binarismo di genere e dai suoi ruoli codificati. Sono questioni molto complesse che non si possono ridurre a così poche righe, però per me è importante rimarcare che sesso e genere sono due istanze con cui mi confronto soprattutto a livello politico, e da questo confronto/scontro nasce in parte la mia identità.

Il nostro destino, a partire dalla nascita, è scritto in base ai genitali che abbiamo.

Illustrazione di un cartello che indica due direzioni opposte

Qual è la tua identità di genere?

Personalmente preferisco chiamarmi fuori dal genere, quando mi devo definire. Mi piace definirmi trans, perché sono fuggito dal genere che mi è stato assegnato alla nascita: per me è quasi impossibile dividere nettamente l’identità di “donna” che mi è stata appiccicata addosso, da tutti i ruoli che a questa identità sono socialmente collegati. È ovvio che una persona può essere donna o uomo nella maniera che preferisce, ma per me personalmente liberarmi da questa etichetta mi ha permesso di potermi muovere più liberamente all’interno, al di sopra, al di fuori e oltre al genere.

Per quanto riguarda l’identità di “uomo”, non l’ho quasi mai rivendicata, finora, anche se mi sento molto incline alla mascolinità. Nei luoghi in cui l’ho voluta rivendicare, e nei momenti in cui sono riuscito a fare questo con serenità, è sempre avvenuto in maniere che mi hanno sorpreso. Il mio corpo spesso mi manda segnali contrastanti: a volte la disforia si fa maggiore se scelgo di presentarmi in maniera che la società reputa mascolina, a volte un semplice pronome maschile mi cambia la giornata in meglio, a volte riappropriarmi di alcuni termini ed istanze della femminilità in contesti totalmente stravolti mi calma e mi fa sentire maschio. La mia identità è fluida, ma credo sinceramente che tutte le nostre soggettività, in particolare quelle trans, non siano contenibili nelle scatole che tuttora utilizziamo per definirci. Non mi fraintendete, le trovo importantissime per definire l’esperienza delle persone queer in generale, sia in senso più materiale e “visibile”, sia nel senso più intimo e soggettivo, ma credo anche che abbiamo bisogno di più politiche decostruzionistiche dell’identità. Non possiamo continuare a credere che il sistema sesso/genere sia liberatorio solamente perché pian piano le persone trans ed intersex ne vengono incluse all’interno della tassonomia.

Qualche considerazione finale?

A mio parere, le identità trans in generale, anche le più “binarie”, sono un pugno in faccia alla segregazione tra maschi e femmine, perché indipendentemente dalle scelte attuate sul nostro corpo, abbiamo già dimostrato che il modo in cui la società utilizza la biologia per definirci non spiega la molteplicità e la complessità del nostro essere, né dei nostri corpi. Non nascondiamoci dietro un tentativo di assimilazione. L’alleanza tra persone trans ed intersex, due termini che indicano categorie che rivendico per narrare la mia esperienza, è fondamentale per abbattere questo sistema che ci tiene imbrigliati e vuole ucciderci. Se con le persone cis ed etero a volte siamo costrettə, soprattutto in assenza di altre persone queer, a semplificare (soprattutto per questioni di sicurezza psicofisica), collettivamente possiamo fare lo sforzo di raccontarci nella maniera più complessa e sfaccettata.

Per me la ricerca della mia identità che passa dalla strada del genere non è distinguibile nettamente da questo obiettivo politico e collettivo.


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