Reggiseni e deodoranti, quando la “body positivity” serve alle aziende ma non alle persone

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Reggiseni e deodoranti, quando la “body positivity” serve alle aziende ma non alle persone

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Indice

Foto di Laura Tancredi
Foto di Laura Tancredi

Comprare reggiseni, per una persona con un corpo come il mio, non è per nulla semplice. Di solito le opzioni di scelta sono molto limitate, e spesso poco carine. Mai visto un reggiseno in pizzo di una taglia superiore a una quarta? Io molto raramente.


Il sottotesto è che un corpo grasso non può essere un corpo bello, sexy, e non può avere le stesse possibilità di scelta di altri corpi. 

(Posto che un corpo per essere bello e sexy non ha bisogno di reggiseni di pizzo, ovviamente, e ciò che è considerato bello e sensuale è totalmente soggettivo).

Vi racconto una storia


Considerando la mancanza di questo tipo di prodotti, quando ho visto che un noto brand di intimo aveva lanciato una campagna pubblicitaria per promuovere una nuova linea di reggiseni con un range di taglie molto ampio, mi ci sono fiondata. 

Foto di Monika Kozub

Entrando nel negozio, ho chiesto un reggiseno di taglia “z”. La persona che mi stava servendo mi ha guardata in un misto di imbarazzo e disgusto dicendomi che nel loro negozio avevano disponibili solo taglie fino alla “x”. 

Ora, le motivazioni possono essere tantissime: il negozio era sfornito, il personale non era preparato, o qualsiasi altra ragione.

Io avevo bisogno urgentemente di un reggiseno, mi sono stretta in due taglie più piccole della mia, acquistando mille allungatori, e sono uscita. Niente di grave, a parte un po’ di amarezza e di tristezza (sentirsi sbagliata nel proprio corpo non è una sensazione che auguro di provare). Riconosco comunque il mio privilegio di riuscire a stringermi ancora in una taglia “conforme”. 

Le parole non bastano

Foto di Ann H

Questo episodio ci serve da esempio per capire una cosa: quando viene lanciata una campagna che punta a intercettare persone sensibili al tema body positivity, come attecchisce poi nella vita di tutti i giorni? 

In questo caso, sicuramente, male. 

Lo abbiamo detto tante volte, e in generale se ne parla molto ultimamente: le sole parole non bastano. Se un’azienda sceglie di esporsi per una causa, deve prestare attenzione a due aspetti:

  1.  a essere coerente anche con le proprie azioni: un’azienda che lancia una campagna rivolgendosi a persone con una taglia di seno superiore a ciò che è considerato lo standard, ad esempio, deve poter garantire l’accesso a quei prodotti, così come deve quantomeno provare a garantire l’ampliamento del range di taglie per tutte le sue collezioni. Abbiamo appena visto che spesso non è così immediato.
  2. a esporsi bene.

Cosa vuol dire esporsi bene

Prendere una posizione chiara a favore di una causa o di un movimento non è facile, soprattutto se non se ne conoscono bene le istanze.

Decidere di fare una campagna pubblicitaria a favore del movimento sulla body positivity mostrando esempi di corpi che hanno poco o nulla di diverso da ciò che viene considerato lo standard, vuol dire non avere minimamente compreso la causa per cui lotta il movimento (inteso nella sua accezione più ampia).

Possiamo solo supporre che il motivo per cui si “osi” così poco, nonostante le (presunte) intenzioni, sia per non compromettere eccessivamente le finalità commerciali della campagna. Ovvero per non rendere i prodotti che si sta promuovendo meno appetibili. 

Le esigenze economiche delle aziende, però, non possono essere prioritarie rispetto alla missione sociale, se davvero se ne vuole essere portavoce.

Foto di Womanizer Toys

Tramite le pubblicità, gruppi di aziende e di persone spesso privilegiate decidono quali sono i messaggi che finiamo per interiorizzare. È in questo potere che andrebbe inserito il senso di responsabilità. Sapere di avere un impatto fortissimo sulle vite di moltissime persone, dovrebbe far tremare le gambe di chi comunica a un grande pubblico.

E invece la responsabilità sembra quasi spettare a chi consuma, a chi fruisce, o a chi fa attivismo.

La responsabilità di lottare, di sforzarsi di decostruire i messaggi sbagliati che apprendiamo da secoli. 

Ma quanta forza e quanta formazione sono necessarie per decostruire e analizzare le problematicità di un messaggio che dice di amare il proprio corpo così com’è, ma mostrando solo corpi conformi?

I corpi grassi non esistono.
I corpi disabili non esistono. 
I corpi trans* non esistono.

È questa la body positivity di cui abbiamo bisogno? Invisibilizzazione e ipocrisia? Ovviamente no.


Le aziende non possono appropriarsi delle lotte, dei messaggi, delle istanze di alcuni movimenti solo in modo superficiale.

Abbiamo bisogno che le aziende dimostrino di credere davvero nelle cause in cui si impegnano, facendo le cose bene. E abbiamo bisogno che alle aziende importi di come si parla di loro, e di quali sono le risposte delle comunità a cui si rivolgono. Non deve importare solo che se ne parli

Le persone sono ormai sempre più attente e consapevoli di quali siano i messaggi da ascoltare, e di conseguenza di quali siano le aziende da supportare.


Non c’è più spazio sul mercato per la superficialità e l’opportunismo.


È tempo di azioni concrete, di attenzione verso tutte le persone, e di messaggi veramente positivi.

Se sei un’azienda, o ne fai parte, e stai leggendo questo articolo… you better be quick

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